Vahid Bani-Amerian, comandante delle Unità di Resistenza dell’Organizzazione dei Mojahedin del Popolo dell’Iran (OMPI/MEK), è stato giustiziato dal regime iraniano il 4 aprile 2026 nel carcere di Ghezel Hesar. Trentatreenne, ingegnere elettrico e laureato in una prestigiosa università iraniana, ha lasciato prima della sua esecuzione un messaggio destinato a superare le mura della prigione e la censura del regime.
Nel suo ultimo intervento, Bani-Amerian ha rifiutato qualsiasi legittimità ai tribunali del regime, dichiarando:
“Questo regime è quello che deve essere processato davanti al popolo”.
Ha respinto tutte le accuse mosse contro di lui, definendole estorte sotto tortura fisica e psicologica, e ha denunciato un sistema giudiziario ridotto a semplice strumento di eliminazione politica. Pur consapevole dell’esito già deciso del processo, ha scelto di parlare affinché la sua testimonianza appartenesse “alla storia e al futuro, non al boia”.
Rivolgendosi implicitamente alla Guida Suprema del regime, ha riaffermato con fermezza la propria posizione:
“Sappi questo, io sono fermo”.
Nel suo messaggio finale, Bani-Amerian ha raccontato torture e repressioni senza però rinunciare alla convinzione che il regime non sarebbe riuscito a fermare il desiderio di libertà del popolo iraniano. A chi gli chiedeva perché non avesse scelto una “vita normale”, ha risposto:
“Detesto una vita in cui molti vivono in povertà e miseria mentre altri saccheggiano. Trovo gioia nella lotta contro di voi”.
Le sue parole riflettono la realtà di una società segnata da disuguaglianze crescenti, corruzione sistemica, repressione politica e impoverimento sociale. In questo contesto, il rifiuto dell’oppressione è diventato per molti giovani iraniani una scelta di dignità e resistenza.
Una testimonianza significativa è arrivata anche da Olivier Grondeau, cittadino francese detenuto in Iran per quasi 900 giorni e compagno di cella di Bani-Amerian. Dopo l’esecuzione, Grondeau lo ha descritto come:
“Un uomo rispettoso e illuminato”,
oltre che un intellettuale:
“Molto educato, razionale e coraggioso”.
Ha ricordato come ogni sera recitasse poesie di Rumi per alleviare il peso della prigionia, offrendo l’immagine di un uomo colto e disciplinato che aveva scelto la resistenza al posto del compromesso.
Nei giorni successivi all’esecuzione, il video del suo ultimo messaggio si è diffuso rapidamente in Iran e all’estero, attraversando reti di opposizione, comunità della diaspora e conversazioni private. La sua testimonianza è diventata simbolo di determinazione contro la repressione e dimostrazione dei limiti della censura imposta dal regime.
L’esecuzione di Vahid Bani-Amerian si inserisce in un contesto più ampio di repressione sistematica contro oppositori politici e membri organizzati della Resistenza iraniana. Nonostante decenni di arresti, torture e migliaia di esecuzioni, il movimento di opposizione continua a mantenere viva una rete di resistenza interna fondata su coraggio, disciplina e rifiuto dell’autoritarismo.
Le parole finali di Bani-Amerian non rappresentano soltanto la testimonianza personale di un prigioniero politico, ma il simbolo di una resistenza collettiva che continua a opporsi alla dittatura religiosa in Iran.