Pena di morte in Iran: esecuzioni e repressione politica

10 ottobre, Giornata mondiale contro la pena di morte: un appello all’azione internazionale

Ogni anno, il 10 ottobre, in occasione della Giornata mondiale contro la pena di morte, organizzazioni per i diritti umani, attivisti della società civile, avvocati e persone di tutto il mondo si uniscono per difendere il diritto alla vita e chiedere l’abolizione della pena capitale a livello globale.

In Iran, le esecuzioni non rappresentano soltanto la soppressione violenta della vita umana. In molti casi di matrice politica, costituiscono parte di una strategia deliberata del regime dei mullah per diffondere la paura nella società, mettere a tacere l’opposizione e impedire nuove ondate di resistenza.

Il regime vuole che ogni condanna a morte risuoni nella mente di migliaia di altre persone ancora prima di essere eseguita. L’obiettivo è intimidire le famiglie, scoraggiare i giovani dal manifestare e rendere il prezzo della resistenza così insopportabile da indurre la popolazione a rinunciare alla protesta.

La situazione attuale in Iran solleva tuttavia una domanda fondamentale: se le esecuzioni servono a sottomettere la società, perché nuove generazioni continuano a lottare per la libertà nonostante decenni di repressione? Perché giovani donne e uomini iraniani continuano a rivendicare i propri diritti, pur rischiando il carcere, la tortura, i colpi d’arma da fuoco e la forca?

La risposta risiede sia nella natura della repressione del regime sia nella profonda trasformazione in corso nella società iraniana:

La paura esiste ancora, ma non si traduce più automaticamente in obbedienza.

Le esecuzioni come strumento di terrore di Stato e repressione politica

Per decenni, il regime dei mullah in Iran ha fatto ricorso alla pena di morte per eliminare gli oppositori, diffondere la paura nella società e dimostrare la propria autorità.

Questa pratica non è limitata a un singolo periodo o a una particolare ondata di proteste. Dalle esecuzioni di massa dei prigionieri politici negli anni Ottanta alla repressione delle proteste del 2009 e del 2019, fino al movimento «Donne, Resistenza, Libertà» del 2022, la pena di morte ha continuato a svolgere un ruolo centrale nella politica repressiva del regime.

Negli ultimi anni è cresciuta la preoccupazione per l’uso diretto delle condanne a morte come strumento per reprimere manifestazioni pubbliche e rivolte nazionali.

Accuse come moharebeh (guerra contro Dio), efsad-e fel-arz (corruzione sulla Terra) e reati di sicurezza nazionale formulati in termini generici possono essere utilizzate per colpire oppositori politici e manifestanti. Il rischio aumenta quando non vengono garantite le tutele di un processo equo, l’accesso a una difesa legale indipendente è limitato e confessioni presumibilmente estorte con la tortura vengono utilizzate per ottenere condanne.

Le denunce delle organizzazioni internazionali per i diritti umani mostrano che la minaccia va ben oltre l’esecuzione stessa. Arresti arbitrari, sparizioni forzate, negazione dei contatti con i familiari e incertezza sulla sorte dei detenuti contribuiscono a creare un clima di intimidazione.

In questo contesto, le esecuzioni trasmettono un messaggio preciso alla popolazione: contestare l’ordine politico esistente può costare la vita.

Cosa dicono le Nazioni Unite sulle esecuzioni in Iran?

I recenti allarmi delle Nazioni Unite dimostrano che le preoccupazioni per l’uso politico della pena di morte in Iran non riguardano soltanto gli attivisti per i diritti umani e gli oppositori del regime.

Il 5 agosto 2026, Volker Türk, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha espresso preoccupazione per l’aumento delle esecuzioni e delle condanne a morte in Iran.

Secondo la sua dichiarazione, dal 19 marzo 2026 erano state giustiziate almeno 56 persone con accuse legate alla sicurezza nazionale, tra cui 27 persone i cui casi erano collegati alle proteste di quell’anno.

Türk ha inoltre avvertito che oltre 100 altre persone rischiavano l’esecuzione.

L’Alto Commissario ha sottolineato esplicitamente che la pena di morte continua a essere utilizzata per diffondere la paura tra la popolazione e mettere a tacere il dissenso. Ha chiesto la sospensione immediata delle esecuzioni, progressi verso l’abolizione della pena capitale e il rispetto delle garanzie fondamentali relative al giusto processo.

Il 10 settembre 2026, anche Human Rights Watch e l’Abdorrahman Boroumand Center for Human Rights in Iran hanno lanciato l’allarme su quella che hanno definito una campagna persistente di esecuzioni illegali dirette contro i manifestanti.

Secondo il loro rapporto congiunto, tra il 18 marzo e la fine di agosto 2026 sono stati giustiziati almeno 59 uomini dopo processi gravemente iniqui, caratterizzati da accuse di sicurezza nazionale vaghe e motivate politicamente.

Almeno 29 delle persone giustiziate erano state arrestate in relazione alle proteste del dicembre 2025 e del gennaio 2026. Alcune avevano appena 18 o 19 anni.

Queste statistiche delineano un quadro profondamente allarmante della repressione. La loro importanza, tuttavia, va oltre il numero delle persone uccise: rivelano un modello più ampio, in cui la pena di morte viene impiegata per punire i manifestanti, intimidire la società e scoraggiare future rivolte.

I dati sulle esecuzioni in Iran: un aumento preoccupante

Secondo un rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Iran, nel 2024 sono state giustiziate almeno 975 persone: un aumento del 17% rispetto al 2023 e il dato annuale più alto registrato dal 2015.

Nei primi sei mesi del 2025 sono state segnalate almeno 612 esecuzioni, con un aumento del 119% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Documento di riferimento: https://docs.un.org/en/A/80/484

Questi dati indicano che le pressioni internazionali sporadiche o isolate non sono riuscite a determinare un cambiamento duraturo nella politica delle esecuzioni del regime.

Una risposta efficace deve quindi andare oltre le singole dichiarazioni, manifestazioni o campagne mediatiche. Le campagne internazionali contro le esecuzioni in Iran devono essere continue, coordinate, basate su informazioni verificate e rivolte a casi specifici.

Questi interventi devono affrontare ogni aspetto del problema: dal pericolo immediato per le persone minacciate di esecuzione fino all’obiettivo più ampio dell’abolizione della pena di morte.

Qual è la nostra responsabilità?

Opporsi alla pena di morte significa molto più che respingere una particolare forma di punizione. Significa difendere il diritto alla vita, il diritto a un processo equo e la dignità umana.

Nessuno Stato dovrebbe poter trasformare le proteste pacifiche in reati punibili con la morte attraverso il ricorso alle condanne capitali, né privare le famiglie del diritto di piangere i propri cari.

Per le organizzazioni della società civile e gli attivisti per i diritti umani che operano fuori dall’Iran, questa responsabilità comporta azioni concrete.

È necessario rendere pubblici i nomi dei prigionieri a rischio di esecuzione, verificare e diffondere le informazioni in modo responsabile, collaborare con le famiglie e con organizzazioni per i diritti umani affidabili e chiedere ai governi dei Paesi in cui operano di assumere una posizione ferma e inequivocabile contro le esecuzioni politicamente motivate in Iran.

Nessuna singola campagna può garantire che tutte le esecuzioni vengano impedite. Tuttavia, anche il silenzio ha delle conseguenze.

Seguire costantemente ogni caso, impedire che i nomi dei prigionieri vengano dimenticati e garantire ogni possibile opportunità di difesa legale può contribuire a salvare delle vite.

Il regime dei mullah ricorre alle esecuzioni per diffondere la paura. La nostra risposta deve essere rafforzare la solidarietà, accrescere la consapevolezza pubblica e mantenere viva l’azione internazionale.

Il coraggio dei giovani iraniani dimostra che, sebbene l’oppressione possa togliere la vita, non può necessariamente spegnere il desiderio di libertà.

La nostra responsabilità, fuori dall’Iran, è fare in modo che queste voci non vengano abbandonate e che nessun prigioniero politico venga condotto alla forca senza che il mondo ne sia consapevole.

No alle esecuzioni. No alla pena di morte come strumento di repressione politica. Sì al diritto alla vita, alla libertà e alla giustizia.

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